Negli ultimi mesi, navigando tra post, video e commenti sui social network, è impossibile ignorare la crescente visibilità e aggressività di gruppi come Articolo52 e altri sedicenti “patrioti”. Questi gruppi, che si presentano come difensori della giustizia e dell’ordine, stanno di fatto agendo come vere e proprie formazioni paramilitari, al di fuori della legalità e in aperto contrasto con i valori democratici e costituzionali.
LA REALTÀ DIETRO LA RETORICA PATRIOTTICA
Dietro la retorica nazionalista e populista, si nasconde una realtà molto più pericolosa: pestaggi organizzati, intimidazioni fisiche e verbali, azioni violente condotte in nome di un presunto ordine da ristabilire. Azioni che non solo alzano il livello dello scontro sociale ma che alimentano odio e intolleranza, in un clima già esasperato dalla crisi sociale e culturale che attraversa il Paese.
Questi episodi, sempre più frequenti, non vengono più nascosti. Al contrario: vengono documentati, rivendicati e diffusi sui social, quasi come trofei. Una strategia mediatica che non solo cerca di legittimare la violenza, ma che punta a ispirare emulazione.
UN’ASSENZA PREOCCUPANTE DELLE ISTITUZIONI
Ancora più allarmante è la scarsa reazione da parte delle istituzioni. Le piattaforme dove questi contenuti vengono diffusi spesso non intervengono in modo efficace, e le forze dell’ordine – salvo rarissime eccezioni – sembrano più impegnate a presidiare (e caricare) le manifestazioni antifasciste che a fermare le azioni eversive di questi gruppi.
Siamo di fronte a una normalizzazione dello squadrismo, tollerato se non addirittura sottovalutato da chi dovrebbe garantire l’ordine democratico. Questa passività rischia di legittimare comportamenti gravissimi, aprendo scenari pericolosi per la tenuta sociale e civile del Paese.
È IL MOMENTO DI AGIRE
Fermare questa deriva è un’urgenza democratica. Serve una presa di posizione netta, non solo da parte delle forze dell’ordine, ma anche della politica, della magistratura e della società civile. Questi gruppi non vanno tollerati, né minimizzati ma fermati prima che sia troppo tardi.
Parallelamente, è fondamentale intervenire sul disagio sociale. La risposta non può essere solo repressiva: servono politiche inclusive, educative e di contrasto alla povertà, alla marginalizzazione e all’analfabetismo funzionale che spesso costituiscono il terreno fertile per la radicalizzazione.
Non possiamo restare in silenzio davanti a un’escalation pericolosa per la nostra democrazia. Riconoscere la gravità del fenomeno è il primo passo per contrastarlo con gli strumenti della legge, dell’educazione e della responsabilità civile.
