33 ANNI DOPO CAPACI: L’EREDITÀ DI FALCONE E LA METAMORFOSI DELLA MAFIA
23 maggio 2025 – Ricorre oggi il trentatreesimo anniversario della strage di Capaci, uno degli eventi più tragici e simbolici della lotta alla mafia in Italia. Il 23 maggio 1992, un’autostrada alle porte di Palermo fu sventrata da 500 chili di tritolo posizionati sotto l’asfalto. In quell’attentato mafioso persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e collega magistrata Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

Fu un attacco diretto al cuore dello Stato, orchestrato da Cosa Nostra per eliminare una delle figure più tenaci e incisive nella lotta contro la criminalità organizzata. Un attentato che segnò un punto di non ritorno nella storia italiana e anticipò, appena 52 giorni dopo, un’altra strage: quella di Via D’Amelio, dove trovò la morte il giudice Paolo Borsellino, anch’egli protagonista del “pool antimafia” di Palermo e fraterno compagno di lotta di Falcone.
Entrambi gli attentati si inseriscono in una stagione di “mafia stragista e paramilitare” che negli anni ’90 mostrò al mondo il volto più violento e arrogante di Cosa Nostra. La strategia del terrore, mirata a destabilizzare lo Stato, generò tuttavia una reazione civile e istituzionale senza precedenti, aprendo una nuova fase nella cultura della legalità in Italia.
LA NUOVA MAFIA: INVISIBILE MA PRESENTE
Oggi, a più di tre decenni di distanza, la mafia non ha più bisogno del tritolo per raggiungere i propri obiettivi. Ha cambiato pelle, ma non natura. Si è infiltrata nel tessuto economico e sociale, operando sottotraccia con strumenti apparentemente legali. Il traffico di droga, di armi e lo sfruttamento della prostituzione rimangono centrali per il finanziamento delle cosche, ma i proventi vengono sempre più spesso “ripuliti” attraverso attività di facciata – le cosiddette “attività lavandino” – come imprese edilizie, centri scommesse, ristoranti o aziende agricole.
La mafia moderna ha compreso il valore dell’economia legale come veicolo per il potere. Si insinua nei meccanismi degli appalti e dei subappalti, spesso al ribasso, sfruttando i lavoratori, in particolare nei settori della logistica, delle grandi opere inutili e dell’agroalimentare. Una forma di dominio silenzioso che impoverisce i territori, mina la concorrenza e perpetua il controllo attraverso la corruzione e la paura.
LA MEMORIA COME ARMA CONTRO L’OBLIO
Ogni 23 maggio è un’occasione non solo per ricordare il sacrificio di Falcone, Morvillo, Montinaro, Schifani e Dicillo, ma anche per riflettere su come si evolve il crimine organizzato e su come adeguare gli strumenti per contrastarlo. La memoria è fondamentale per evitare che il sangue versato venga dimenticato, ma da sola non basta: occorre rinnovare l’impegno culturale, sociale e istituzionale per una giustizia efficace e vicina ai cittadini.
L’Italia ha conosciuto il prezzo altissimo della lotta alla mafia, ma ha anche dimostrato di poter reagire. Giovanni Falcone diceva che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio e avrà una fine”. La sua fine, tuttavia, non sarà un evento improvviso, ma il risultato di una lunga marcia collettiva fatta di legalità, consapevolezza, stato sociale e coraggio.
