23 MAGGIO
Trentaquattro anni fa, il 23 maggio 1992, 500 chili di tritolo squarciavano l’autostrada di Capaci, spezzando le vite di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Un attentato che non colpì soltanto uomini e donne dello Stato, ma ferì profondamente la coscienza civile dell’intero Paese. Quei 500 chili di esplosivo furono il tentativo brutale di fermare chi aveva dedicato tutta la propria esistenza alla lotta contro la mafia, pagando con la vita il coraggio, la determinazione e la lucidità con cui aveva sfidato il potere criminale di Cosa Nostra.
Giovanni Falcone non fu soltanto un magistrato: fu un simbolo di rigore, metodo e senso dello Stato. Attraverso il lavoro del Pool antimafia rivoluzionò il modo di combattere la criminalità organizzata, comprendendo prima di molti altri che la mafia non era un insieme di fenomeni isolati ma una vera struttura economica, politica e militare radicata nel territorio e capace di infiltrarsi nelle istituzioni. Le sue intuizioni investigative, il lavoro sui flussi finanziari, la collaborazione con la giustizia americana e il Maxi Processo rappresentarono una svolta storica nella lotta alla mafia.
Eppure, nonostante i risultati ottenuti, Falcone venne spesso lasciato solo. Ricordiamo tutti le accuse infamanti di “manie di protagonismo” o di “voler viaggiare a spese dello Stato” che una certa malapolitica e parte di un’opinione pubblica ostile rivolgevano a lui e al Pool antimafia, progressivamente decimato da Cosa Nostra. Attorno a Falcone si consumò anche una dolorosa opera di isolamento istituzionale e umano, fatta di diffidenze, attacchi mediatici e ostacoli interni. Una vicenda che ancora oggi impone una riflessione profonda sul rapporto tra Stato, giustizia e responsabilità collettiva.
Oggi la mafia ha cambiato volto. Non ha più soltanto l’aspetto stragista e paramilitare degli anni delle bombe, ma questo non significa affatto che si sia indebolita; al contrario, la sua forza risiede proprio nella capacità di adattarsi, mimetizzarsi e infiltrarsi nell’economia legale. Le mafie contemporanee — e la ’ndrangheta in particolare — ripuliscono enormi quantità di denaro proveniente da traffici criminali investendolo in attività apparentemente legittime: grandi opere inutili, speculazione edilizia, appalti e subappalti pubblici e privati, gestione dei rifiuti, logistica, energia, gioco d’azzardo, ristorazione e finanza. È una mafia meno visibile ma spesso ancora più pericolosa, perché capace di intrecciarsi con settori dell’imprenditoria, della politica e dell’economia globale.
Per questo il sacrificio di uomini come Giovanni Falcone non può e non deve essere vano. La memoria, da sola, non basta se non si traduce in impegno concreto, cultura della legalità, giustizia sociale e partecipazione civile. Serve un vero salto di qualità: la battaglia quotidiana contro le mafie deve necessariamente diventare una lotta per un’antimafia sociale, capace di contrastare non solo le organizzazioni criminali ma anche le condizioni che ne favoriscono il proliferare, come povertà, disuguaglianze, corruzione, clientelismo e assenza di opportunità.
Ricordare Falcone significa allora difendere ogni giorno i valori della democrazia, della trasparenza e della responsabilità pubblica. Significa educare le nuove generazioni al coraggio della verità e alla consapevolezza che la mafia non è invincibile. Come lui stesso dimostrò con il suo lavoro e con il suo esempio, la mafia è un fenomeno umano e, proprio per questo, può essere combattuta e sconfitta.
Giovanni Falcone mi piace ricordarlo con questa sua importante massima, pronunciata pochi giorni prima dell’attentato che gli fu fatale davanti a una platea di studentesse e studenti:
“Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.”
